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domenica 8 marzo 2015



Dopo aver dedicato i precedenti due numeri di MeRi news al tema delle previsioni meteo locali personalizzate per azienda, riprendo la discussione su ciò che ho letto in rete a proposito del grave calo di produzione di olio dello scorso anno. Qui, esperti e giornalisti hanno levato un coro quasi unanime contro l’imprevedibile infestazione anticipata delle olive da parte della perfida mosca olearia. Ma l’anticipo in questione era imprevedibile? Naturalmente, la risposta dipende da ciò che s’intende per ‘prevedibile’. Se si tratta di prevedibilità da bar dello sport, possiamo essere d’accordo. Ma se ci si riferisce a studi e ricerche scientifiche già fatte sull’argomento, qualche dubbio viene.

Leggo in un post del Messaggero (26 10 2014) che negli ultimi due anni la Bactrocera ha anticipato la sua comparsa e che mentre negli anni passati essa cominciava ad infestare le olive della pianura viterbese a fine agosto, ultimamente le infestazioni si cominciano a vedere già a fine giugno. Aggiungo io che un anticipo dell’attacco della mosca è compatibile con l’attuale riscaldamento globale dell’atmosfera. In un post de La Repubblica (12 11 2014), nell’intervista all’ex presidente dell’ASSOPROL (organizzazione di olivicoltori), si legge che gli olivicoltori erano stati avvertiti fin da luglio del rischio della mosca olearia, ma che hanno preso l’avviso sottogamba. E perciò dovrebbero fare mea culpa. Se è così, è difficile dargli torto.

Nell’intervista di Repubblica si legge anche che nel settore olivicolo non c’è conoscenza e ci si affida a quel che facevano i nostri nonni e in un altro articolo (Il Post, 15 11 2014) si sostiene che il nostro Paese è rimasto indietro sull’olivicoltura moderna, perché abbiamo rinunciato alla sperimentazione. Queste due affermazioni sono in parte condivisibili e in parte no. In Italia, la conoscenza e la sperimentazione in olivicoltura ci sono e come, ma esse, nella maggior parte dei casi, restano confinate nei dipartimenti di agraria e negli articoli scientifici e trovano scarsa applicazione nelle aziende produttrici.

A riprova di ciò riporto i risultati di una ricerca sulle infestazioni della Bactrocera oleae nella Regione Lazio, ricerca condotta dal Laboratorio Entomologia della Scuola Sant’Anna di Pisa (Istituto Scienze della Vita) in collaborazione con l’Agenzia Regionale ARSIAL. Questi risultati sono riportati nel bollettino ‘L’Olivicoltura nel Lazio: la mosca delle olive nel territorio del Lazio’ della serie Oleico, diffuso in occasione del convegno a conclusione della ricerca. Anche se le diverse Regioni italiane non sono tutte allo stesso livello nell’applicazione delle conoscenze scientifiche alla protezione degli oliveti, mi pare che l’esempio del Lazio possa considerarsi emblematico di molte Regioni. E poi, io mi riferisco a esso perché è quello che conosco meglio e perché il Lazio è la mia regione. 


La ricerca si basa sull’elaborazione dei dati d’infestazione della mosca rilevati nel quinquennio 1999 - 2004 in 19 Zone Progettuali della Regione, quelle con specifica vocazione alla produzione olivicola: 5 in Provincia di Viterbo, 2 in Provincia di Rieti, 5 in quella di Roma, 3 di Latina e 4 di Frosinone. I dati riguardano catture settimanali della mosca con le trappole e conteggi settimanali di olive parassitate. Vengono determinati i valori di Infestazione Attiva (I.A. - somma di uova e larve ‘piccole’ di 1a e 2a età) e di Infestazione Dannosa (I.D. - somma di larve ‘grandi’ di 3a età, pupe o fori d’uscita). Distinzione, questa, largamente accettata dai ricercatori.

I dati sono stati analizzati con i metodi statistici dell’analisi ‘oggettiva’ geostatistica e dell’analisi della varianza e quindi, fatta salva la rappresentatività del fenomeno con (soli) cinque anni di osservazioni, i risultati si possono considerare scientificamente validi. Essi riguardano molteplici aspetti dell’infestazione della Bactrocera: l’incidenza temporale e percentuale delle I.A. e delle I.D. nei diversi anni, nelle diverse zone progettuali, nelle diverse Province. Qui, tanto per fare un esempio, mi riferisco solo ai risultati della zona progettuale della Sabina Reatina. 

Secondo questo studio, nel 2002, anno in cui si è verificata l’infestazione più grave della mosca, il primo campionamento nella Sabina Reatina (Comuni di Fara in Sabina, Montopoli in Sabina e Castelnuovo di Farfa) è stato effettuato la 32a settimana dell’anno, cioè la prima di agosto, quando l’infestazione dannosa era già al 4% (grafico a destra). Sulla base dello stadio di sviluppo più avanzato della mosca rilevato al primo campionamento, l’inizio dell’infestazione è stato fatto risalire alla 28° settimana, cioè alla prima settimana di luglio. Trascrivo ciò che si legge a questo proposito nelle conclusioni del report:« La Sabina Reatina si distingue per avere livelli d’infestazione attiva (I.A.) e soprattutto d’infestazione dannosa (I.D.) più elevati. Nel 1999 la mosca ha iniziato ad infestare le olive tardivamente (fine agosto) e anche nel 2003 gli attacchi sono stati molto contenuti fino alla fine di agosto. Negli altri anni (2000, 2001, 2002) invece la situazione è stata molto diversa con presenza d’infestazione attiva e dannosa a fine luglio primi di agosto. Questo mette in evidenza ancora di più che ogni anno rappresenta una storia a sé stante e che, anche in questa provincia, la mosca delle olive è bene che sia monitorata a partire dalla metà di luglio. In merito a come l’infestazione si evolve, nel tempo, sul territorio, è possibile osservare quello che è avvenuto nel 2002, in cui le aziende nelle quali, alla prima settimana di agosto, si era già in presenza di larve grandi, pupe e fori d’uscita, sono localizzate soprattutto In un’area della Sabina Reatina, dove, alla pari, sono presenti anche le aziende con maggior percentuale di I.D.». Dunque, in assenza di dati ed analisi ulteriori, la ricerca potrebbe (e avrebbe potuto) mettere in guardia gli olivicoltori sul fatto che la Sabina Reatina è un’area a maggior rischio d’infestazione della mosca. E perciò, se c’è una zona in cui iniziare precocemente il monitoraggio della Bactrocera, diciamo agli inizi di giugno per un sano principio di precauzione, è proprio questa.

E invece, nel 2014, Il primo Bollettino di Avvertimento Fitopatologico Settimanale della Zona Progettuale Sabina DOP si riferisce alla settimana 31/07 – 06/08, cioè alla prima settimana di agosto (http://www.sabinadop.it/ricerca.asp#result). La domanda che viene spontanea è se chi ha emesso il bollettino conosceva il lavoro della Scuola S.Anna (e della Regione Lazio) e, se sì, per quali ragioni ha deciso di non seguirne (a quanto pare) le indicazioni.

Non so se attualmente esiste una collaborazione tra la Scuola S.Anna e il Consorzio Sabina DOP (le informazioni a cui faccio riferimento sono prese dalla rete), ma non posso non pensare che, nello scorso anno, uno stretto collegamento tra il primo (ricerca) ed il secondo (produzione) avrebbe potuto consigliare un anticipo del monitoraggio in campo della mosca e, forse, ridurre (se non evitare) la perdita di olive che ha colpito in maniera grave anche la Sabina.


Maurizio Severini

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giovedì 12 febbraio 2015


Nei quattro numeri precedenti di MeRi news abbiamo provato a rispondere al coro di esperti e giornalisti che ha sostenuto l’inevitabilità della perdita d’olio dell’annata 2014 sostenendo che qualcosa di più per ridurre la perdita di olive si sarebbe potuto fare: bastava applicare il Dimetoato agli olivi a tempo debito. Certo, ciò avrebbe richiesto ben altra attenzione ed organizzazione di quella con cui è stato affrontato il problema e sono attualmente gestiti gli oliveti. E con ciò non mi riferisco a qualche oliveto sperimentale di qualche dipartimento di agraria o centro di ricerca, ma alla maggior parte degli oliveti, quelli che poi, di fatto, determinano la produzione di olio. In questi, le tecniche colturali, di difesa e di raccolta non differiscono molto da quelle di un secolo fa e conoscenza scientifica, innovazione e ricerca trovano scarsi riscontri.

Nel numero precedente, dopo aver cercato di dare un’idea di quanto sia impegnativa la tecnica per la protezione degli oliveti (previsioni meteo personalizzate + analisi delle olive infestate + uso del Dimetoato a tempo debito), abbiamo concluso osservando come sia molto più semplice sperare che tutto vada per il meglio e, in caso contrario, chiedere contributi pubblici. Ma il ritardo dell’innovazione tecnica nella protezione degli olivi (come delle altre colture) non dipende, nel nostro Paese, soltanto da una carenza di mezzi. Un vero e proprio ritardo culturale accomuna una moltitudine di operatori agricoli ‘ fai da te ’ e opinione pubblica: l’avversione all’uso di prodotti chimici in agricoltura. Anche per questo, molti olivicoltori rifiutano sdegnosamente anche solo di parlare di ricorso all’uso del Dimetoato. Secondo loro, dato che il prodotto è tossico, esso è nocivo per la salute e per l’ambiente. Questo è vero, ma il rischio dipende da quanto prodotto si usa; e ci sono regole precise da rispettare nel suo impiego perché il Dimetoato, potenzialmente tossico, non provochi danni né alla salute e né all’ambiente.

Le regole per l’uso del Dimetoato (come degli altri prodotti fitosanitari) sono il risultato di ricerche scientifiche e sperimentazioni serie fatte non solo dalle industrie chimiche private produttrici, ma anche dagli Enti pubblici che hanno il compito di tutelare la salute dei cittadini, degli animali e dell’ambiente. Queste regole sono diverse e articolate in relazione al grado di efficienza e pericolosità dei prodotti e riguardano: il loro acquisto, trasporto e conservazione, il metodo di difesa (a calendario, guidata, biologica, integrata), l’etichettatura, l’uso, la pulizia e il ricovero delle macchine irroratrici, lo smaltimento, ecc.. (consultare ad es.: ‘Guida al corretto impiego dei prodotti fitosanitari’ Regione Lazio, 2009; oppure la Determinazione A02562 del 4 aprile 2013 della Regione Lazio). Ciò che mi preme puntualizzare qui è che l’uso del Dimetoato, nel rigoroso rispetto di queste regole, è un importante contributo della Ricerca Scientifica alla produzione dell’olio e non un subdolo attentato alla qualità dell’ambiente e alla salute umana. Se mai è il rifiuto ‘a priori ’ di questo prodotto a essere un modo irrazionale di protezione degli oliveti. Le regole per l’uso sicuro ed efficiente dei prodotti fitosanitari ci sono, basta rispettarle (e farle rispettare).

Spulciando tra le decine di articoli in rete sul calo dell’olio del 2014, da cui abbiamo preso le mosse fin dal primo numero di MeRi news, abbiamo trovato qualche nota fuori dal coro (poche, in verità), che merita di essere ripresa. A proposito di olivicoltura c’è chi sostiene che non c'è conoscenza e ci si affida a quello che facevano i nostri nonni, chi che non si può continuare a fare l'olio come 60 anni fa, chi che l'agricoltura è cambiata e il clima anche, e perciò è necessario aggiornarsi e chi che l’Italia è rimasta arretrata per quanto riguarda l’olivicoltura moderna. Poi si trovano anche critiche più specifiche come: abbiamo rinunciato alla sperimentazione, stiamo abbandonando la ricerca che ci aveva reso celebri nel mondo, le forze della natura esistono e incidono, ma quello che fa la differenza è la preparazione. Infine, in un post di RGU notizie ho trovato la proposta più sensata: dopo l’invito a ‘ non creare allarmismi ’ a proposito del calo di produzione dell’olio, si afferma ‘ la volontà di chiedere a gran voce un osservatorio su l'andamento dei fenomeni fitosanitari ’.  

L’introduzione del metodo scientifico nella difesa fitosanitaria degli oliveti (e delle altre colture), con ciò che comporta in termini di conoscenze, organizzazione, monitoraggio, strumenti, investimenti, ecc. non è cosa che può  competere alle singole aziende, bensì alle loro organizzazioni: consorzi, cooperative, associazioni. Sono queste che dovrebbero (e avrebbero dovuto) preoccuparsi d’introdurre innovazione nelle pratiche agricole tradizionali. E invece, leggendo le loro reazioni di fronte al calo della produzione di olio dello scorso anno, esse sembrano preoccupate a fronteggiare l’emergenza attuale (cosa più che necessaria), ma non di prepararsi ad affrontare i prossimi attacchi della Bactrocera con maggiori probabilità di successo.

Nell’incontro di Montepaldi del 19 dicembre 2014 (http://www.scuoladellolio.it/it/news/19-andamento-climatico-e-infestazione-di-mosca-olearia ), in cui si sono analizzate la cause del calo dell’olio in Toscana, il prof. R. Petacchi della Scuola Sant’Anna di Pisa, nella presentazione ‘La mosca delle olive: il punto sulla bioecologia alla luce anche dell'annata olivicola 2014’, ha mostrato un grafico, relativo all’analisi dei dati della sua regione, da cui risulta che le ultime infestazioni dannose della mosca olearia si sono succedute ad intervalli di (circa) sette anni (2001, 2007, 2014). Non disponendo di dati altrettanto accurati, possiamo ipotizzare che anche nelle altre regioni dell’Italia Centrale il ritmo degli attacchi dannosi sia simile. Le organizzazioni degli olivicoltori hanno dunque a disposizione (circa) sette anni per affrontare la Bactrocera in modo più razionale di come hanno fatto finora (e con maggiori probabilità di successo).   


Maurizio Severini




Mosca dell'olivo: chiesto il riconoscimento di evento calamitoso

lunedì 22 dicembre 2014

Coldiretti Lazio ha recentemente stimato che la perdita media della produzione di olio d’oliva nel Lazio per questa stagione supera il 40%, con perdite fino al 90% in alcune aree della Sabina. Danni ingenti anche in Toscana e Umbria, con conseguenze che si ripercuoteranno sull’intera filiera (ci potrà essere il rischio di perdite di mercato a vantaggio di oli di Paesi come Tunisia, Grecia e Spagna). Queste regioni hanno recentemente chiesto al Ministero delle Politiche Agricole e Forestali il riconoscimento di evento calamitoso per infestazione parassitaria, nonché una “legge speciale che aiuti tutto il comparto ed abbia adeguate risorse economiche”.
Colpevole di questa situazione è la Mosca dell’Olivo, la cui infestazione quest’anno è stata particolarmente drammatica e difficile da arginare con i metodi tradizionali. A Meteotec Ricerca siamo convinti che, ancora una volta,  la soluzione a problemi di questo tipo passi per l’adozione di metodi alternativi di difesa, che abbinino monitoraggio agrometeo e fenologico, simulazione e previsioni meteo locali. Solo seguendo questa strada sarà possibile evitare ingenti perdite economiche e salvaguardare a lungo termine le eccellenze agroalimentari del nostro Paese.


 

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